1 - Antonella GRIMALDI

 

 

Il corpo di Emma

 

 

 

            Il leggero clic della porta scandì per Emma l'inizio del miracolo. Il sordo rumore dei suoi passi   si trasformò in una specie di squillo che segnalava il via della lotta quotidiana. Quella notte, infatti, Emma non udì il solito smorzato rullo di tamburo che, da una decina d' anni, guidava la sua battaglia per sfamare, vestire e dare un tetto ai suoi figli, bensì lo squillo alto e solenne di una tromba.

 

            Finché Virginia era stata piccola, Emma aveva svolto lavoretti in nero e sottopagati in casa; a volte, grazie a Clelia che le sorvegliava i bambini, qualche ora di pulizie a domicilio. In verità, la povera vecchia, impietosita da quei tre teneri batuffoli di carne, l'aveva spesso soccorsa pagandole molte delle sue spese ed era andata così, finché non l'aveva trovata riversa sul tavolo di cucina con i bambini che le giocavano attorno tranquilli. Allora, Emma aveva capito che tutto si sarebbe fatto più difficile. Spesso, le capitava di ricordare il momento che era seguito alle esequie di Clelia, quando era rientrata a casa e aveva posato gli occhi sulla primogenita, considerato che non aveva nessun altro. La decisione di aggregarsi a una cooperativa di pulizie l'aveva presa in quel momento. Non fu per niente facile, ma alla fine riuscì nell'impresa e si conquistò un intero palazzo adibito a uffici professionali e tanto altro da ripulire come Dio comanda. Svolgeva questo suo primo compito dalle tre alle sette del mattino, poi, fatto ritorno a casa, accompagnava i bambini a scuola e si riposava per una mezz'ora, metteva in ordine, faceva la spesa e preparava il pranzo. Alle quattordici scattava il secondo round in un centro commerciale, dove restava fino alle diciannove. Quindi, correva di nuovo a casa, cucinava e, finalmente, poteva concedersi di mangiare con i suoi figli, certe volte di stare un pochino con loro davanti alla televisione, certe altre di raccontare ai due piccolini, quasi fosse un mantra, l'unica favola che sapeva, Pollicino. Ma questi erano momenti di breve durata, perché la sera doveva andar a letto molto presto per alzarsi alle due e quindici. Ogni notte, Emma, prima di uscire di casa, guardava incantata i suoi bambini dormire e pensava che tutto trovava un senso in loro. Si faceva coraggio in questo modo, perché non era affatto semplice affrontare la strada, anche se il tratto fino alla fermata del bus era ben illuminato: a quell'ora, la città le appariva affollata di tanti poveri diavoli, trafficata da tanta brutta gente. Lei spesso trasaliva per un minimo rumore, per qualcuno che si muoveva con fare sospetto, insomma per un nonnulla; camminava a denti stretti, senza guardare troppo in giro e, meravigliandosi di riuscire a reggere quel ritmo massacrante, diceva a sé stessa che, siccome il suo corpo aveva dato la vita a tre creature, avrebbe pure sopportato tutta quella fatica.

 

            Nella notte del miracolo, Emma, mentre osservava la chioma di un platano emergere dal buio, sentì un caldo torpore spandersi dalla cima dei capelli alla punta dei piedi e immaginò che il suo corpo le stesse regalando un attimo di oblio. Si sentì svenire e, allora, si mise seduta con l'animo di chi si sente dolcemente obbligato a fare qualcosa.  Vide una luce baluginare oltre la siepe del giardinetto pubblico di fronte, e la inseguì per dimenticare la sua umiliazione.

 

 

 

2- Dino ROTOLI

 

                  IL DERBY DELLA LANTERNA

 

 

 

Due sono le mie principali passioni: il mare e il calcio.

 

Gli amici subacquei del club “Azzurra” di Rapallo mi hanno comunicato con un messaggio il loro arrivo sabato mattina di fronte all’arenile di Boccadasse.

 

Sono sulla spiaggia con tutta la mia attrezzatura subacquea, quando un piccolo gommone si allontana dal grande motoscafo e viene verso la spiaggia. A pochi passi da me noto una ragazza con i capelli rossi. Anche lei con un sacco sportivo simile al mio.

 

Le sorrido e le dico:

 

– Ciao, sono Angelo. Non mi dire che aspetti anche tu gli amici di Azzurra?

 

Lei mi guarda con occhi blu come il mare e risponde:

 

– Ciao. Hai un intuito invidiabile. Io sono Mariangela.

 

– Da quando sei iscritta al club? Possibile che non ci siamo mai incontrati?

 

– Non sono iscritta. Mi ha invitato Giovanni che ho conosciuto allo stadio.

 

  Per quale squadra tifi?

 

– La Sampdoria. E tu non sei tifoso?

 

– Sì. Ma la mia squadra è il Genoa. Domenica prossima c’è il derby e saremo rivali.

 

– Ah! Povera Genova … – l’arrivo del gommone l’ha interrotta.

 

Mariangela ama la natura e, in acqua, si diverte a inseguire i pesci come fosse un gioco. Considera il fucile subacqueo un’arma vera e propria.

 

Sul motoscafo abbiamo fatto coppia, eravamo gli unici single, e ci siamo divertiti raccontandoci i nostri passati e falliti amori. Le nostre avventure sono molto simili.

 

Per tutti i pomeriggi della settimana, dopo il lavoro, ci siamo frequentati fino a sera. È nato un feeling molto amichevole.  Sabato sera sotto al suo portone sentivo il desiderio di baciarla, memore delle mie passate avventure. Non l’ho fatto. 

 

Prima di lasciarla ho proposto: – Ci vediamo domani?

 

– Allo stadio? Se cambi squadra potrebbe anche essere possibile. – ha detto, mentre prendeva dalla borsa una sciarpa con i quattro colori della Sampdoria. Poi ha aggiunto:

 

- Questa è sempre con me.

 

– Domani indosserò la mia e ognuno starà con i propri amici. – le ho risposto.

 

Dopo la partita, finita con un pareggio, ho notato Mariangela insieme al suo gruppo di amici tifosi, che indossava la sciarpa. Nascosta la mia, annodandola alla vita, l’ho avvicinata.

 

Siamo rimasti insieme per l’intero pomeriggio. La serata si è conclusa nella mia mansarda.

 

A terra, vicino alla porta, due sciarpe avviticchiate come i due corpi sul letto, ricordavano un’antica, dimenticata rivalità.

 

 

 

3 - Paola ZUGNA

 

mareterno

 

 

Queste ore trascorse seduta sul sedile dell'automobile terminano nell'area di un parcheggio. Dopo essermi sgranchita le gambe, faccio un respiro profondo che porta insieme all'ossigeno, un'aria che sa di brezza marina, così intensa, da farmi sentire il sapore dello iodio in bocca. Un vento deciso mi indica la sua provenienza e scorgo lontano il mare… Immensa distesa di acqua salata, dal continuo movimento e dall'eterno mormorare, a volte sussurrando e a volte gridando, quel racconto di giorni passati che attraversando l'infanzia,  arrivano alla giovinezza. Storie che non sento da tanto, che restano come libri abbandonati in soffitta, ammassati e impolverati, quasi dimenticati. I piedi mi portano rapidamente verso quell'azzurro che una linea chiara spartisce con il cielo, intanto che il cemento coerente, confortevole, liscio e sicuro, cede lo spazio alle pietre. Pietre dalle inesauribili forme, tutte differenti nelle misure e sfumature, accostate o separate, dove la sabbia cerca di creare un'unione tra la loro durezza. L'instabilità del passo, mi costringe a rallentare quel movimento che l'entusiasmo della vista, guidava a gran forza! Così tra uno e l'altro c'è un arresto, una fermata, perché gli occhi stessi, mi abbandonano per gettarsi nel mare. All'odore della salsedine, si aggiunge con note fragorose, il suono delle onde, quello stesso che mi teneva per delle ore incantata ad ascoltarlo. Adesso risento, nel loro accavallarsi, infrangersi, rifluire e trascinare i piccoli sassi mormoranti, la gioia di momenti spensierati, di giochi inventati e di sogni ad occhi aperti ... di un tempo che ritorna a circolare nelle  vene, risvegliando la bambina che la vita adulta costringe come chiusa in un ripostiglio. I bambini si sa, volano di fantasia, respirano sogni, crescono con entusiasmo e giocano con il presente: per loro esiste solo quello e niente è più importante di quel preciso istante, del pensiero che li porta a creare, inventare, disegnare un mondo tutto loro. Dove non c'è preoccupazione ma solo occupazione, dove non c'è problema ma solo soluzione, dove ogni cosa è possibile dal momento che esiste ... nella loro mente. La mente dei bambini è pulita, non ha imparato a "mentire", ragiona semplice-mente come sente, attraverso meraviglia, stupore, incanto e sorpresa con apertura e aspirazione. Come spugne, pronti ad assorbire e a mescolare insieme ad ogni porosità, la vita che vivono libera-mente! I bambini con il passare degli anni, vengono prima confinati e poi, in maniera quasi impercettibile, sommersi da nuovi progetti, obiettivi, traguardi e desideri che li costringono a ripararsi in quel ripostiglio. Ma questo suono apre la sua porta  e ora il procedere calmo tra questi sassi e antichi rumori, termina con un posto dove parcheggiare pure me. Ripongo la maturità e riscopro l’infanzia, quel germoglio che deve ancora aprirsi nell'umiltà, di chi non sa nulla e deve ancora tutto imparare! Mi sento leggera, in grado di volare e di raggiungere quei cavalloni all'orizzonte, di prendermi una cresta ... di sentire la schiuma sotto i piedi, di avvertire la forza dell'acqua che unita, compatta e spinta dal vento e dalla corrente, mi trasporta senza fatica verso la riva dove mi lascio stendere sul lungomare di sabbia e sassi. Le onde mi accarezzano, mi pungolano, mi trascinano fino all'asciutto per poi ritirarmi indietro, dove un'altra onda mi travolge passandomi sopra la testa. Per qualche secondo non respiro. Resto in apnea, costretta alla separazione e, in un certo modo, all’isolamento, confinata solo in me stessa. Paura e solitudine, nella frazione di un'onda, mi traghettano alla consapevolezza dell'immenso dono che è nascosto nel respiro della vita. Della grande opportunità che mi si offre ogni giorno, quando, aprendo gli occhi su una nuova alba, posso ancora vedere la luce che i raggi del sole portano su ogni casa, tetto, albero, ammirare le soffici nuvole, sentire il profumo dei fiori, gustare la dolcezza del miele, accarezzare la morbidezza del cane, ascoltare il rumore del mare … che mi riporta a me. Un brivido percorre la schiena, sono viva. Mi siedo su una grossa pietra e scorgo una figura, quella di un uomo solitario. Sta seduto rivolto verso il mare, tra sabbia e sassi. Mi piace pensare sia un altro spettatore in questa immensa sala illuminata a giorno, dove, soli, ci godiamo lo spettacolo che sta andando in "onda" e a cui non seguiranno repliche, né riassunti, dove la pellicola scorre inesorabilmente senza ritorno per chi non si lascia sfuggire il momento e cogliendo l'attimo, ne fa tesoro. A metà della sua ombra, illuminata dal sole, c'è una figura bianca che si confonde tra i sassi  e che non riesco a mettere a fuoco poiché le lacrime tengono ancora in ostaggio la mia capacità visiva. Forse è uno zainetto, con il necessario per l'escursione su questo lungomare,  forse è un cane, il suo fedele compagno che gli resta appresso o forse un bimbo… Quel bimbo che compare solo adesso e, standogli accanto, gli spiega la vita.