NININ Festival, Bogliasco 2015 –

domenica 21 luglio, h. 18:30

 

Interventi di Laila Cresta alla Tavola Rotonda finale

 

UNA CORSA A OSTACOLI

 

“Una corsa a ostacoli”, anzi una vera e propria steeplechase, la corsa inglese di cavalli zavorrati, è quella che chiunque compie nella propria vita, perché ogni persona ha le proprie difficoltà da superare e i propri pesi da portare - ma è purtroppo vero che c’è anche chi è costretto a portare pesi suppletivi, e (a differenza dei cavalli), deve farlo correndo con chi ne ha di meno numerosi o di meno invalidanti, e questi pesi suppletivi vanno dalle difficoltà ambientali, a quelle fisiche, a quelle intellettive. Condizionata anche dai miei fattori ambientali e retaggi familiari (e infatti nel libro parlo anche di essi), io ero ancora una ragazzina, quando ho deciso di dedicare a queste persone il mio lavoro, anzi, in buona misura la mia vita. Probabilmente non esiste un tipo di problema educativo che io non mi sia mai trovata ad affrontare, da quelli dei ragazzini abbandonati a quelli di chi ha oggettivi problemi d’origine psichica o psicofisica. Oggi sono in età di bilanci, e ho sentito forte il bisogno di condividere con gli altri le mie esperienze e le considerazioni che ne nascono, diffondendo anche i principi e gli scopi della mia metodologia didattica. Ho insegnato a leggere, a scrivere, a contare, ad adulti che in tutta la propria vita non erano mai riusciti a farlo. Ho portato bambini gravemente compromessi a riconoscere l’altro-da-sé, a parlare e a camminare in modo funzionale, e ad avere insomma con l’esterno rapporti produttivi. Ho affrontato disgrafia, dislessia e discalculia, anzi la disgrafia è stata dapprima affrontata, quando ero bambina, su di me, dalla mia maestra che aveva una metodologia di tipo montessoriano,: e allora la parola "disgrafia" non esisteva neppure. Io so cosa significhi leggere bene, precocemente e volentieri, e non riuscire a scrivere bene. Ecco perché è arrivato questo libro, ad affiancare quelli che scrivo per il mio piacere, gialli e poesie. È per me il libro più importante che io abbia mai scritto, perché qui ci sono 42 anni di insegnamento, e tutta la mia vita. Ogni capitolo si riferisce a precise e particolari esperienze didattiche: la Scuola Speciale, il Centro Gravissimi (Centro Isola), il Centro Spastici (CEM), gli adulti dell’ANFFAS, il Sostegno alla Primaria, l’insegnante di classe con “inclusione di bambini disabili”. Per gli educatori in generale, questo potrebbe essere un libro non solo interessante, ma anche utile: lo ha pensato anche il professore di Psicologia delle disabilità e Coordinatore didattico del corso di specializzazione al sostegno dell’Università di Genova, il prof.  Angelo Gianfranco Bedin, quando ha concesso crediti formativi agli studenti che avrebbero partecipato alla presentazione del libro. Lo ha probabilmente pensato anche il prof. Pino Boero, che è docente ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, ha all’attivo l’elaborazione di un suo personale metodo di insegnamento dell’aritmetica e della “lettoscrittura”, ed è oggi assessore alla Scuola, allo Sport e alle Politiche Giovanili del Comune di Genova. Come il professor Bedin, anche il professor Boero ha infatti voluto essere presente alla presentazione di questo libro alla Sala dei Chierici della Biblioteca Berio di Genova, il 21 maggio di quest’anno, con molta simpatia e con indulgente approvazione.

Soprattutto però, “Una corsa a ostacoli” è stato pensato come un testo di piacevole e appassionante lettura per chiunque sia interessato all’educazione, perché è scritto con la mente e col cuore. Non si tratta tanto di un libro di teoria, quanto di un libro di persone, coi loro bisogni, le loro sconfitte e i loro trionfi. Loro, e anche miei.

 

“UNA CORSA A OSTACOLI, disagio e inserimento nel mondo della scuola”

di Laila Cresta

Il Canneto Editore, Genova

ISBN 978-88-96430-75-0

10 euro

 

Sulla destra, Igor della libreria BOOKS IN, Vico del Fieno 40/R, Genova
Un momento dell'evento per bambini e ragazzi

LA DIVERSITÀ

Tanto per cominciare, non c’è chi non sappia (forse lo sanno perfino certi nostri politici) che la varietà, e quindi le differenze, sono per gli uomini una necessità imprescindibile.

Sappiamo ad esempio che la parentela genetica in Europa è arrivata a livelli un tempo impensabili, e che quindi sono incredibilmente aumentate le anomalie genetiche nella razza umana. Non siamo cervidi, con la loro grandi famiglie in cui endogamia e poligamia sono la regola, ma nelle quali sopravvivono solo coloro che ereditano le caratteristiche migliori del padre.

Sappiamo anche che la monocoltura estesa porta al proliferare dei parassiti e delle malattie, mentre la varietà colturale li combatte. In questo senso, ben venga il rimescolamento delle varietà, anche umane. Credo infatti che anche la monocultura stretta porti al proliferare di parassiti mostruosi, perché genera la paura dell’altro-da-sé. Fra i cognomi liguri ce ne sono molti che sono di lontana derivazione straniera, ad esempio araba o spagnola, e infatti: che società di mercanti avrebbero mai potuto formare, i Liguri, se avessero avuto questa paura? Come educatori, però, le differenze che ci competono davvero non sono tanto quelle fisiche: queste differenze, se sono un handicap, ci pongono solo problemi pratici per affrontare i quali ci vorrebbero “solo” una volontà e una previdenza della collettività e della politica che non sempre ci sono, ma che non sarebbe impossibile avere. Pensiamo ad esempio ai montascale, a un uso mirato del PC, al linguaggio dei segni, all’ “indipendenza assistita” di cui ha bisogno un trisomico, alle protesi di ogni genere. Anche affrontare le differenze genetiche, quando le si accettino e le si conoscano, non è una cosa tanto problematica, per un educatore. I problemi dei trisomici, del cri du chat, dei veri autistici e dei presunti tali, e tutta la gamma di difficoltà oggettive che può avere un individuo, possono essere studiati, capiti, affrontati. Io lo so perché l’ho fatto. Le differenze difficili da affrontare, addirittura tante volte difficili da accettare, sono le differenze culturali.

Ho avuto un giorno una discussione con una persona molto piacnevole e intelligente, che probabilmente molti di voi conoscono: Kossi Komla-Ebri, medico e scrittore italo-togolese. In uno dei suoi libri, Kossi racconta di una “rimpatriata” che fece in Togo una volta, accompagnato da un amico italiano: dopo qualche giorno però, di fronte alla sua inappetenza, Kossi “ha dovuto rimproverarlo” per la difficoltà, per il fastidio, che costui provava nei confronti dell’usanza togolese di far mangiare tutta la famiglia e gli ospiti, contemporaneamente, nello stesso contenitore. Gli ha detto che in questo modo lui disprezzava le loro usanze, e che questo è razzismo. Io, che non sono mai riuscita a permettere a mio figlio bambino di pasticciare nel mio piatto, gli ho fatto osservare che per noi l’intangibilità (la chiamiamo “igiene”) del nostro cibo può essere un forte tabù, e che il piatto altrui sporco è per noi qualcosa di tanto fastidioso che tutti preferiscono usare una lavapiatti, per pulirlo. Il dottor Kossi è persona colta e intelligente (oltre che estremamente simpatica, ma questo non conta!), e ha capito benissimo che è razzismo anche pensare che l’altro non possa capire le mie ragioni, ma che io debba per forza capire le sue.

Tutti questi discorsi ci portano in realtà, secondo me, alla vera radice del problema. Essa è anche di tipo economico e politico, naturalmente, ma è anche, in buona misura, di tipo culturale.  Molti purtroppo, in qualche modo e in qualche misura, ci credono alle differenze di capacità e di valore fra quelle che definiscono “razze umane”, considerandole di fatto genetiche: i genovesi sono tirchi, i milanesi affaristi, i napoletani ladri, gli emiliani, o le emiliane, “di dubbia moralità”, e l’unico indiano buono è l’indiano morto. Ci crede per tanti motivi, ma ci crede. E più ignorante è, più ci crede. Ed ecco la necessità della conoscenza, e di un’educazione che consideri la differenza come un valore necessario e affascinante, tanto nell’aspetto fisico quanto in quello culturale. In un corso di italiano lingua 2 alla Primaria, ho avuto inizialmente difficoltà per l’atteggiamento dei vari gruppi di bambini gli uni verso gli altri. C’erano sudamericani, indiani, arabi. E a tutti era stato insegnato che loro erano migliori degli altri, nelle abitudini, nei costumi, nella religione. Sono diventati amici, alla fine, ma erano bambini, e quindi non ancora completamente in balia dei pregiudizi culturali del loro gruppo perché, di fatto, avevano tutti gli stessi bisogni: l’amore e la cura dei genitori, il gioco, l’apprendimento, e questo faceva sì che avessero davvero una base comune su cui costruire la loro amicizia. Per l’adulto è diverso, e in gran parte la sua capacità di accettazione e di comprensione dei bisogni dell’altro è dovuta a premesse epistemologiche ormai ben introiettate. Tutte queste premesse però, per quanto diverse e incancrenite possano essere, hanno anche, sempre, una base comune dovuta all’umanità condivisa. L’educazione dovrebbe valorizzare questa base comune, e dare la consapevolezza del grande valore delle differenze, che sole sono capaci, cozzando le une con le altre, di dare origine a un nuovo universo di nuove idee e di nuovi valori, facendo progredire l’umanità su un cammino che la porti sempre più lontana dall’autodistruzione.