Il "mansio", la Stazione di Posta"
Il "mansio", la Stazione di Posta"

I Premio Settecamini 2014 per la letteratura (racconto e poesia)

Iulilla Romana e i Sette Camini

Quel cisium, il suo veloce calessino, era nuovo di zecca, gli e lo avevano consegnato solo il giorno prima, e Iulilla ne era davvero soddisfatta: le due ruote, leggere ma robuste, scorrevano sui basoli ben accostati della strada senza sconvolgere più che tanto né le sue vesti né le vecchie ossa della sua nutrice Paulina.
La giovane matrona era cristiana, e, in quell’autunno del 953 a.U.c., la corte imperiale non era sempre un luogo sicuro per i seguaci di Cristo. L’Augusta, Iulia Damna, era d’origine siriana e non aveva nulla contro il monoteismo, ma non era cristiana. Se lei personalmente era troppo intelligente e colta per lasciarsi andare a persecuzioni religiose, non poteva comunque impedire periodiche crisi di intolleranza anti-cristiana, provocate da sacerdoti preoccupati per la crescente diffusione di un Credo che non riconosceva il potere dei loro dei.
Quel mansio, la Stazione di Posta cui era diretta Iulilla, aveva tenere colline che parevano proteggerla dalle paludi, ed era un bell’agglomerato di sette case in cui lavoravano e vivevano i familiari di Paulina. I sette camini che si alzavano verso il cielo disperdevano nell’aria un fumo allegro che sapeva di resina e di arrosti, e i viaggiatori  vi si fermavano sempre volentieri. Per Iulilla però, il piacere di quella sosta era ben altro: anche gli abitanti del mansio  erano Cristiani. Sotto quei Sette Camini che parevano avvicinare i tetti al Cielo di Dio, Iulilla aveva sempre trovato rifugio: lì, ci si poteva anche allontanare un poco dagli intrighi sempre soffocanti e pericolosi della Corte Imperiale.
Mentre il cisium, scortato da due uomini armati a cavallo, andava di  buon passo nella serena tranquillità di quella campagna romana punteggiata dalle “nuvole” grigiastre delle greggi, la ragazza si volse verso la nutrice che l’accompagnava. Si annoiava, voleva una storia, anzi, “la” storia, quella che le piaceva di più, sulla vedova del martire Getulio, Sinferusa, e dei suoi sette figli, che Adriano aveva fatto trucidare proprio da quelle parti per non aver voluto sacrificare agli dei di Roma. Erano passati oltre settant’anni, da allora, ma quella storia aveva affascinato Iulilla fin da piccina. Che coraggio meraviglioso, quella donna! Aveva affrontato il martirio per prima, e poi era toccato ai suoi sette figli: belli e possenti come giovani cervi, pii come Angeli, e così barbaramente assassinati!
Finalmente furono al mansio. Le due donne entrarono nel piazzale basolato, molto ben tenuto, con le sue pietre  vulcaniche rettangolari, lisce e ben connesse. I muri sembravano scolpiti, e alla ragazza piacevano molto: su quelle pareti, le pietre cuspidali si susseguivano come un reticolato, dando loro un aspetto potente ed elegante a un tempo. Lo aveva notato la prima volta che era stata lì, piccolissima, e non importava che negli anni successivi avesse visto altri muri simili: per lei, quelli erano sempre i muri più belli del mondo. Ogni tanto, qua o là, cadeva qualche pietra del rivestimento, e la malta secca in rilievo pareva disegnare un motivo prezioso. 
Due schiavi corsero a staccare i cavalli per prendersene cura, mentre tutti accoglievano festosamente le due donne.  Un ragazzino andò al pozzo per offrire loro dell’acqua fresca, affinché potessero bere e togliersi la polvere del viaggio.  All’interno della casa, era stato preparato uno spuntino leggero.
Dopo cena, mentre Paulina si attardava coi fratelli  e le cognate, Iulilla fu accompagnata in un cubicolo in cui avrebbe potuto dormire, nella casa stessa in cui si si ritrovavano la nutrice e i suoi parenti. Di fianco, una lunga costruzione coi tavolacci da taberna, accoglieva al primo piano le file di pagliericci per gli ospiti occasionali, ma il ripiano di pietra posto nell’angolo della stanza della ragazza era reso comodo da un saccone di lana. 
Qualche settimana nella tranquillità di quelle Sette Case, sotto quei Sette Camini, per lei erano davvero un sogno.
Cullata dai gre-gre delle raganelle dello stagno vicino, Iulilla si addormentò tranquilla.

la dott.ssa Cesselon, il pittore Anzalone e la danzatrice Zonno con Laila Cresta
la dott.ssa Cesselon, il pittore Anzalone e la danzatrice Zonno con Laila Cresta

 

SETTECAMINI


L’isola di Settecamini
Roma l’abbraccia e non la guarda.
Distratta le scorre intorno
La include e scappa.
Ma pare che il paese neppure la veda,
La grande Roma,
E sembra un’isola davvero
In una sacca di tempo regalato
Che riesce a scorrere con sapiente lentezza.
Settecamini
È vecchie chiese raccolte
È una vecchia Casa del Popolo
È scuole e angoli
Lasciati agli ovini
Di quest’Agro Pontino.
Basoli Romani spuntano
Fra l’erba selvaggia
E la vecchia Stazione di Posta
Ancora mostra il suo pozzo interrato.
Su un muro
Un disegno in rilievo non è altro
Che un reticolato di pietre cadute
E in questo disfacimento acquista
Una nuova bellezza
Dono
Dell’ artista ineffabile del Tempo.