Antonio Manginelli

TONINO, IL POETA CONTADINO

Tonino, il poeta della Taranta

 

La poesia, lo sappiamo tutti, non è solo contenuto, o non sarebbe diversa dalla prosa. La poesia è anche forma, e questa forma deve obbedire a precisi canoni metrici. Quello a cui non pensiamo abbastanza è che questa forma dipende dal ritmo interno della lingua che si usa, e dalle sue caratteristiche culturali, frutto in gran parte della sua storia.

Soprattutto in Puglia (e Antonio Manginelli è di Grumo Appula, comune del Barese) si è focalizzata la presenza di una danza di antica funzione terapeutica, il cui nome deriva da quello del suo capoluogo di regione, che è Taranto. Naturalmente parliamo della taranta.

Leggendo le poesie in vernacolo di “Tonino, il poeta contadino”, “il poeta che non sapeva scrivere”, colpisce quella che sembra uno strano disordine metrico. Strano perché i momenti di poesia vera, molto bella, degna di un vero poeta, non mancano affatto. Tutta la poesia in realtà ha un grosso fascino, ma... Perplessa, ho chiesto il parere di un musicologo. Pazientemente, anche se un po’ irritato della mia insipienza (è mio figlio), mi ha risposto : “È una taranta! È quello il ritmo che devi considerare!”.

Vero. Nella Toscana del ‘300, era l’endecasillabo il verso classico, perché connaturato alla lingua. In Francia era il decasillabo, per lo stesso motivo: il francese è una lingua tronca.

Nella lingua usata da Tonino, il ritmo è quello della taranta. Letto in questo modo, si rimane incantati dalla musicalità dei versi di questo poeta, e dal suo averli introiettati completamente, con la sua lingua madre. Perché, non dimentichiamolo, anche se la storia ha deciso diversamente, un vernacolo non è altro che una lingua, ed è l’espressione di una cultura che ha la stessa dignità di qualunque altra. Diciamolo però: non tutti hanno interiorizzato la musicalità della propria lingua quanto Antonio Manginelli.

Mi viene un dubbio: poeta contadino, Manginelli appartiene alla generazione prima di quella dei “poeti selvaggi”, prima cioè della generazione che si è inurbata per andare in fabbrica, venendo a contatto con linguaggi e paesi diversi dal proprio. La sua non è solo la generazione che non ha avuto la “Media Unica”. Non a caso, credo, lui è “il poeta che non sapeva scrivere”. Leggere la prima poesia della silloge, “Per un amico vero”, coi suoi echi dalla “Spigolatrice di Capri” (Luigi Mercantini, 1857), fa pensare che, come spesso le persone intelligenti, Manginelli abbia, in qualche momento della sua vita di lavoro, imparato a leggere.

Peccato solo che la silloge (con testo a fronte) sia autoprodotta: io però (nonostante il numero delle mie pubblicazioni) ho perso molte illusioni sulla lungimiranza degli Editori...