Un insieme di gocce d’acqua che dovrebbero rivelarci un oceano

 

E se ne stanno chiuse in fiale delicate, ...lampi di madreperla

 

Che illuminano tragedie troppo più che individuali

 

(Montale sulla poesia cinese)

 

Giro-vagando in Rete, come un Tonno che non sa di essere ingabbiato (sigh), mi è piaciuto questo periodo di Montale, tratto da una prefazione a una raccolta di liriche cinesi: è un testo in prosa scritto in un linguaggio molto affine alla poesia. Non che io sia molto d’accordo con questo giudizio, anzi, ma poi ho letto anche il commento di un altro che non solo non capisce la poesia orientale, ma non è neppure un poeta. Ed è stato peggio: la sua non è neanche prosa poetica, come in fondo è quella di Montale. Sono un po' scoraggiata. Quel tipo parlava del: raffinato microcosmo poetico cinese, fatto di eventi e di piccole storie, di immagini limpide e fugaci impressioni di chi guarda al mondo con semplicità.

 

Chi sarebbe, costui? Questa persona che “guarda il mondo con semplicità” e appartiene a una delle più antiche e complesse civiltà della Terra?  E' come con l’haiku giapponese: creatura di un popolo guerriero e discretamente feroce, è considerata da qualcuno una "poesia della semplicità", una poesia delle “piccole cose”. Manca solo che vadano a cercare affinità col “fanciullino” del Pascoli, e poi siamo a posto.

 

Ne “Il Cavaliere Inesistente”, Italo Calvino parla di soldatacci rustici e di ometti segaligni nascosti nell’armatura scintillante del cavaliere. Nelle pause dei combattimenti, se ne stanno languidamente sdraiati a farsi vento col ventaglio, utile anche per tener lontane le onnipresenti mosche di un campo di battaglia che è troppo vicino all'accampamento. I cavalieri sembrano effemminati, ma non lo sono affatto: in questo modo dimostrano anzi di essere a proprio agio e assolutamente tranquilli anche sul campo di battaglia, e di non aver dimenticato la propria raffinatezza di giovani nobili. Così, i guerrieri dell’Estremo Oriente, duri e feroci (specie i giapponesi col loro mondo pericoloso), si dilettano a scrivere versi, per dimostrare una certa elevatezza di sentimenti. Loro, che non piangono con facilità, considerano la lacrima indice di grande sensibilità. Nei cartoni animati giapponesi, escono dagli occhi dei personaggi due alti e forti zampilli. Invece, per noi che siamo “chiagnoni”, il pianto è indice di una debolezza che non è adatta agli uomini, ed è alle donne che si demanda l’onere di dimostrare piangendo la sensibilità mediterranea.

 

La poesia cinese sarebbe dunque “un insieme di gocce d’acqua chiuse in fiale delicate, quando potrebbero rivelarci un oceano”? Ce lo rivelano, caro Montale, ce lo rivelano. Nobili e feroci guerrieri di antica civiltà non hanno proprio niente di semplice e di modesto, per questo possono dilettarsi, senza abbassarsi, di una forma poetica dall’apparente semplicità. La complessità della loro cultura è incredibile.

 

Per saperne di più e capire meglio questo concetto, leggi “HAIKUMANIA”, di Laila Cresta, youcanprint, e "Mondo Haiku", sempre di Laila, della Delos Digital.

Su Youcanprint in e-book, ma anche cartaceo dall'autrice, si può trovare anche la silloge "Watashi no haikai" (il mio haikai).