POESIE IN DIALETTO            AL NOSTRO CONCORSO

La possibilità di partecipare al Concorso Internaz. di Poesia Occ. e Haiku di Genova con una poesia in dialetto, non era ancora stata specificata. Rispetto ai dialetti, le lingue nazionali sono comprese da un più grande numero di persone. La maggiore e minore diffusione delle lingue locali però, non è una semplice conseguenza del numero di persone che le parla, ma dell'influenza che i loro autori hanno conquistato nel Paese. La generazione nata in Italia negli anni venti era, di fatto, bilingue (o almeno lo era quella che viveva nelle zone più aperte ai commerci e agli scambi culturali, specialmente nel centro-nord) e la gente affiancava la lingua italiana al dialetto (scusate: oggi parlano di "vernacolo": forse sembra un termine più "nobile"). Già i genitori di quelle persone però se le cavavano con la lingua nazionale: non si poteva continuare ad avere diverse unità di misura (per misurare l'estensione dei campi, le quantità di vino, il peso delle derrate alimentari o i loro costi) in zone che interagivano sempre di più. Le vecchie unità di misura non erano neanche decimali: erano fondamentalmente quelle del chiuso mondo medievale. Ogni lingua però incide fortemente sulla mentalità del popolo che la parla e di quella mentalità è figlia. E i dialetti sono lingue, le lingue tra l'altro dell'infanzia, fino almeno alla generazione nata negli anni '50, la prima che ha avuto la scuola pubblica e addirittura la media unica. Tutti amiamo le nostre lingue dell'infanzia: residente a Genova e rivierasca di Sestri Levante per origine, io amo molto il genovese e il sestrino, ma, di fatto, queste sono praticamente le uniche lingue locali che conosco bene. Ecco perché ho bisogno che le poesie dialettali che vengono mandate al CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA OCC. E HAIKU DI GENOVA siano accompagnate da una versione in lingua, come succederebbe se fossero scritte in una lingua straniera. E non basta: la poesia è tale anche per la sua forma, e non solo per il contenuto, e non ha senso giudicare solo quest'ultimo. Ecco il motivo per cui non voglio un testo che sia semplicemente la traduzione di una poesia. No: né voglio una VERSIONE, come (appunto) per tutte le poesie in lingua straniera. Fare una versione significa VERTERE, volgere, un testo non solo da una lingua all'altra, ma da un contesto a un altroda una cultura a un'altra: non è semplice, ma è l'unico modo in cui si può comprendere e apprezzare un testo che non sia nella lingua madre del lettore. Ho addirittura accompagnato la mia filastrocca "Gatti zeneizi", gatti genovesi, con un articolo che spiega chi fossero e come vivessero, a Genova, i gatti liberi... Solo così si può capire quella che è solo una filastrocca infantile. Per una poesia "vera" è ancora più complesso, ovviamente, ma solo questo percorso permette di tornare al testo originale per apprezzarne la musicalità poetica. Quando al mio amato Pablo Neruda fu assegnato il Premio Nobel, non conoscendolo ancora mi comprai un libro delle sue poesie, ma ero una ragazzina e non lo seppi scegliere. Non solo si trattava di un casuale pot-pourri di poesie tratte da diverse raccolte senza neppure il testo originale a fronte ma, soprattutto, la traduzione era tale da non capire come si potesse considerare Neruda "un poeta". Poi mi capitò nelle mani il magnifico "Il Prévert di Prévert", tradotto da Ivos Margoni... e io capii come dovrebbe essere una versione poetica, e quanta  conoscenza richieda non solo delle due lingue coinvolte, ma soprattutto delle due culture che le hanno espresse. Riepilogando: mandate pure al nostro annuale CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA OCC. E HAIKU D GENOVA le vostre poesie in dialetto, qualunque esso sia, ma con una versione a fronte. Una buona versione.