LAILA E LA POESIA ORIENTALE            (LA "POESIA DELLE PICCOLE COSE"?!)

 

Un insieme di gocce d’acqua

che dovrebbero rivelarci un oceano

E se ne stanno chiuse

in fiale delicate, ...lampi di madreperla

Che illuminano tragedie

troppo più che individuali.

 

(Da una prefazione di Montale a una raccolta di liriche cinesi)

 

Un poeta vero, Montale, chi può dubitarne? Un grande poeta, anche. Uno dei più grandi... ma non è un orientalista. Anche lui, come tanti, pensa alle "piccole cose", come se un popolo dalla civiltà millenaria come quello cinese, o formato da guerrieri orgogliosi come quello giapponese, potessero essere "minimalisti". Ce lo rivelano, l'oceano, caro Montale, ce lo rivelano! Basta saperle leggere, le poesie orientali. Basta cercare davvero di capirle prima di giudicarle, così lontane e aliene come sono. Anche per questo la poesia dell'Estremo Oriente è per noi così affascinante, tutta, dal cinese Po Chu-I al nipponico Matsuo Basho: per la sua alienità. La comprensione  però ne arricchisce il fascino. Per questo (con la guida di "Sugawara Michizane", nipponista vero che ha studiato a Cà Foscari, VE) ho scritto "MONDO HAIKU", e-book per la Delos Digital e "Haikumania" (cartaceo ed e-book, youcanprint, dagli articoli per Writers Magazine Italia. Entrambi su Amazon). Quel che volevo, era cercare di fare un po' di luce e di chiarezza su questi meravigliosi testi. E anch'io ho provato a fare haiku, anche se, da quando ho cominciato a capirli, mi sembra di riuscire a farne sempre più raramente: dicono i poeti giapponesi che un poeta bravo e fortunato non riesce a fare più di una decina di haiku buoni, nella propria vita. Ho anche constatato che la poesia dell'Estremo Oriente (forse complici anche gli ideogrammi e i kanji) non è in sostanza cambiata nel corso dei secoli, e le poesie di Mao Zedong sulla "Lunga Marcia" (1934) sembrano della stessa epoca  di quelle di Po Chu-I, (in una datazione occidentale, è vissuto dal 772 d.C. - al  846 d. C.).

Questa constatazione mi ha affascinato. Noi, la nostra poesia classica l'abbiamo abbandonata, confinata nell'astratto dello studio scolastico.

Il testo in prosa di Montale è scritto in un linguaggio molto affine a quello della poesia. L'ho già detto: non è che io sia molto d’accordo con questo giudizio, ma recentemente ho letto anche il commento di un altro tizio che non solo non capisce la poesia orientale, ma non è neppure un poeta. Ed è stato peggio: la sua non è neanche prosa poetica, come lo è quella di Montale (ho sempre sostenuto che chi è davvero poeta, lo sia anche in prosa). Sono un po' scoraggiata. Quel tipo parlava del: raffinato microcosmo poetico cinese, fatto di eventi e di piccole storie, di immagini limpide e fugaci impressioni di chi guarda al mondo con semplicità.

 Chi sarebbe, costui? Questa persona che “guarda il mondo con semplicità” e appartiene a una delle più antiche e complesse civiltà della Terra?  E' come con l’haiku giapponese: creatura di un popolo guerriero e discretamente feroce, è considerata da qualcuno una "poesia della semplicità", una poesia delle “piccole cose”. Manca solo che vadano a cercare affinità col “fanciullino” del Pascoli, e poi siamo a posto.

 

Ne “Il Cavaliere Inesistente”, Italo Calvino parla di soldatacci rustici e di ometti segaligni nascosti nell’armatura scintillante del cavaliere. Nelle pause dei combattimenti, se ne stanno languidamente sdraiati a farsi vento col ventaglio, utile anche per tener lontane le mosche, onnipresenti in un accampamento di cavalli e guerrieri sudati che è anche troppo vicino al campo di battaglia. Coi loro ventagli e i loro profumi, i cavalieri possono sembrare effemminati, ma non lo sono affatto: in questo modo dimostrano anzi di essere a proprio agio e assolutamente tranquilli anche sul campo di battaglia, e di non aver dimenticato la propria raffinatezza di giovani nobili. Così, i guerrieri dell’Estremo Oriente, duri e feroci (specie i giapponesi col loro mondo dalla natura pericolosa), si dilettano a scrivere versi, per dimostrare una certa elevatezza di sentimenti. Loro, che non piangono con facilità, considerano la lacrima indice di grande sensibilità: nei cartoni animati giapponesi, le lacrime escono dagli occhi dei personaggi in due alti e copiosi zampilli. Invece, per noi che siamo “chiagnoni”, il pianto è indice di una debolezza che non è adatta agli uomini, ed è alle donne che si demanda l’onere di dimostrare col pianto la sensibilità dei popoli mediterranei.

Nobili e feroci guerrieri di antica civiltà non hanno proprio niente di semplice e di modesto, per questo possono dilettarsi senza abbassarsi di una forma poetica dall’apparente semplicità. La complessità della loro cultura è incredibile.

 

Su Youcanprint e Amazon in e-book, ma anche cartaceo dall'autrice, si può trovare anche la silloge "Watashi no haikai" (il mio haikai): è una riedizione ampliata di "Immagini Haiku", ennepilibri Imperia, del 2006, che è ormai introvabile.

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