Da quest'anno sono in pensione per inabilità: mi mancano i miei bambini. Queste le parole che, su facebook, mi ha lasciato una di esse, che scriveva in modo meraviglioso già da piccola:

Sono molto contenta che tu ti sia messa a scrivere, hai fatto bene, era giusto che tu lo facessi un giorno o l'altro... anche se tutti quei bambini che non ti avranno come insegnante perderanno qualcosa di grande. Io ora sono in dottorato, in letteratura italiana ovviamente, ma in Francia; tento di scrivere una tesi sulla ricezione di André Gide nelle riviste italiane del primo Novecento. Ma la cosa che mi interessa di più, al momento, è quel che faccio per sopravvivere, ovvero insegnare la grammatica, la lingua e la cultura italiana ai giovani universitari francesi. Ti abbraccio forte.

 Paola F.

 

15 NOVEMBRE: INVIO ALLA DELOS DIGITAL;                16 NOVEMBRE, FIRMA DEL CONTRATTO;                       E IL 26 NOVEMBRE... E' GIA' USCITO!

 

COL BUONSENSO DEI NONNI

E LE CONOSCENZE DEL XXI SECOLO

Il primo manuale che ho scritto sulla cura dei bambini è stato” UNA CORSA A OSTACOLI, Disagio e inserimento nel mondo della scuola” (“il canneto editore”, Genova 2015, vedi in altra pagina). In quel libro ho scelto di raccontare, dei miei quasi quarant’anni a scuola, quelli nei “centri speciali”, e i casi di bambini handicappati incontrati nella scuola “normale”. Certamente, ogni bambino ha i propri problemi (sociali, familiari, di pura casualità, ecc.), solo che c’è qualcuno ne ha di più, e molto oggettivi e permanenti anche, come i cavallini delle steeple-chase inglesi che corrono con un handicap, cioè con un peso suppletivo. Per questo io non amo il sostantivo “disabile”, che non ha lo stesso chiaro significato che ha la parola “handicappato”: un cavallino potenzialmente come gli altri, ma con un peso in più. Adesso, lasciato l’insegnamento con tutte le sue emergenze giornaliere, per me è arrivato il momento di parlare anche degli “altri”, i bambini potenzialmente sani. Un giorno mio padre, un po’ polemicamente, mi chiese se il bambino fosse il mio dio. L’ho raccontato altre volte perché, con gli anni, ho capito che qualcosa di plausibile c’era, nella sua idea… Per me, amare e curare i bambini è una cosa ovvia, ed è anche la più importante che ci sia. Sono cresciuta così, con una madre, tra l’altro, che sembrava nata per prendersi cura di tutti i bambini del mondo. Finché ho vissuto in famiglia, sul mio letto erano sedute le mie bambole, appoggiate sull’imbottitura che uno dei miei nonni aveva frapposto fra me e il muro. Solo i libri mi piacevano tanto quanto le bambole, specie quelle che sembrano bambini. Da piccola, andando a passeggio con l’altro nonno, “mi perdevo” andando dietro alle signore con la carrozzella o col passeggino. Mi sembrava brutto far vedere che non capivo se il bimbo fosse un maschietto o una femminuccia e quindi la prima domanda era sempre: “Come si chiama?”. Poi chiedevo la sua età e qualsiasi cosa mi venisse in mente. All’asilo, proteggevo una bimba dagli occhi molto storti, più piccina di me, come se io fossi stata “grande”. A dieci anni, coccolavo e facevo giocare la mia piccola vicina di casa e, in campagna e al mare, le mie cuginette. Leggevo “Oliver Twist”, “Il lampionaio”, Il Piccolo Lord”, “Sara Grewe, reginella prigioniera”, “Gegi Magagna”, “Burchiello l’amico di Ciuffettino”, “Il diario di Gianburrasca” e persino “Incompreso”, piangendo come una fontana, ma erano libri che parlavano di bambini, e quindi mi sembravano belli. Solo “Incompreso” l’ho letto una volta sola: mi faceva torcere le viscere dalla rabbia e mi sembrava davvero un emerito imbecille, quel padre cui il proprio bambino non piaceva perché non gli sembrava fosse come “doveva essere”. Di bambini in difficoltà ne ho conosciuto a iosa fin da piccola: avevo un carissimo cugino down e ho passato gli ultimi due anni delle elementari nella Scuola Speciale Logopatici, con compagni balbuzienti, sordi, palatoschisi-labbro leporino, dislalici, paralalici…  Sì, quello che per me era chiaro già da bambina, era che era necessario cercare di intervenire “prima”, impedendo che un bambino potesse abbonarsi alla sofferenza. Ancora non sapevo che la sofferenza può essere (anzi è) un modus vivendi eliminabile solo in via provvisoria, ma pensavo comunque che bisognasse intervenire per eliminare i pericoli dell’ambiente, e insegnare al bambino ad affrontare quelli che non sono eliminabili… Così mi sono specializzata alla Scuola magistrale Ortofrenica che non esiste più, e, in quel contesto, ho studiato Puericultura e Auxologia, Psicologia dello Sviluppo, Neuropsichiatria Infantile, Psicopatologia, Pedagogia degli Anormali, Anatomia e Fisiologia del Sistema Nervoso, su testi e con insegnanti della facoltà di medicina. Con un corso del dott. Scardovelli, sono anche diventata musicoterapista in ambito didattico, poi con un corso ISSAE di didattica del francese ho imparato il metodo funzionale (per insegnare una lingua senza doverne usare un' altra, fosse hindi, rumeno, russo, spagnolo, o altro). Con l’Opera Montessori mi sono specializzata in didattica montessoriana, con l’Opera Nomadi ho imparato chi siano quelli che chiamiamo “zingari”.  E poi ho fatto la maestra. 

Per questo amore e per questi studi, in "COL BUONSENSO DEI NONNI" si parla di nutrizione e di svezzamento, di vestizione, di nanna, di scolarizzazione, di ritmica e filastrocche, di bullismo e persino di “blue whale”, e insomma, di tutto ciò che può interessare a chi deve aiutare a crescere un bambino. Come a tutti accade infatti, gli anni sono passati, inesorabili, e per me è diventato faticoso occuparmi dei bambini. Occuparmene però, non ha smesso di essere una delle cose per me più importanti, e i problemi di salute non mi hanno fatto dimenticare le conoscenze, teoriche e pratiche, che ho accumulato. Ad esempio, so che per i bambini ci vuole un ambiente curato, cibo adatto, abiti igienici (ma come?) e, prima ancora, una gravidanza che sia un buon incipit per la vita della nuova creatura. In poche parole, agli educatori, genitori e insegnanti, occorrono adeguate nozioni di puericultura (la scienza che si occupa della corretta crescita di un bimbo sano) e di auxologia, che invece si occupa del ragazzo e del suo evolversi fisico e psichico. “Ma una volta…”, sento dire. “Una volta” le donne morivano di parto troppo spesso (“Si chiama parto perché si può partire”, mi ha detto una signora mentre ero incinta di sette mesi) e la mortalità infantile era semplicemente mostruosa. Un anno di vita, poi tre anni, cinque, sette, undici o dodici, venti: erano sempre tappe pericolose, e ognuna di esse segnava spesso la fine della vita. Frequenti epidemie facevano strage: malattie esantematiche come il morbillo, la rosolia, la scarlattina, ecc.; e poi la pertosse, la difterite, la poliomielite, ma anche la scarsità di cibo e le infiammazioni intestinali dovute a cibo non adatto per il livello di maturazione dell’apparato digerente del bambino, esigevano tributi tanto alti che, soprattutto fra l’Ottocento e il Novecento, nel ceto sociale della nuova borghesia impiegatizia e mercantile, diventò usuale mettere i bambini a balia: i genitori pensavano che essi difficilmente sarebbero riusciti a diventare grandi, e in questo modo avrebbero evitato di affezionarsi troppo a loro, e di soffrire troppo. Ci volle la Montessori per battersi contro il baliatico, che era in realtà una delle cause delle morti precoci: balie sottonutrite con troppi bambini che avrebbero dovuto attaccarsi a mammelle esauste… “Aiutami a fare da me”, scrisse la Montessori per far comprendere ai genitori l’importanza di una autonomia fisica precoce, che poi investirà tutti i campi dello sviluppo. Oggi però, genitori stressati e troppo soli non hanno sempre il tempo e la possibilità di occuparsi del bambino come dovrebbero: basta leggere le notizie di cronaca. Le mamme non hanno nemmeno più vicine le loro, di mamme, costrette a lavorare fino a tarda età. E, a volte, coi bambini basterebbe davvero solo un po’ di buonsenso, e il rendersi conto quali siano davvero i bisogni che vanno soddisfatti al meglio.